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Campania

dal 6 all'11 luglio 2015 a Furore, in Costa d'Amalfi

"Schermi d'Arte 2015" a cura di Paolo Spirito

Rassegna cinematografica dedicata a Massimo Ranieri: l'avventura del Cinema

Scritto da Paolo Spirito (admin), giovedì 2 luglio 2015 12:09:25

Ultimo aggiornamento venerdì 3 luglio 2015 15:26:24

Furore e il Cinema, un binomio inscindibile, sin dai tempi memorabili di Anna Magnani e Roberto Rossellini. Per la prima volta viene proposta a Furore sulla Costiera Amalfitana, tra i Borghi più belli d'Italia, dal 6 all'11 luglio, la Rassegna Cinematografica "Furore Schermi d'Arte 2015" dedicata alle più famose e amate interpretazioni cinematografiche di Massimo Ranieri.

Poliedrico e brillante, Massimo Ranieri è una delle personalità più complete del panorama artistico italiano, un mattatore che si esibisce sui palchi musicali e sui set cinematografici con la stessa naturalezza, capace di vincere il Festival di Sanremo e di interpretare ruoli drammatici a teatro. Artista napoletano per eccellenza, Ranieri è uno dei figli più dotati e illustri del capoluogo partenopeo, la città dove è venuto alla luce il 3 maggio 1951 con il nome di Giovanni Calone. Quarto di otto fratelli, le sue modeste origini sono il punto di partenza di una carriera in continua ascesa: a soli 13 anni viene notato da Gianni Aterrano che nel 1964 lo manda a fare da spalla a Sergio Bruni all'Academy di Brooklyn con lo pseudonimo di Gianni Rock.

Ma la grande popolarità, e aggiungo, il meritato successo, arrivavano qualche anno dopo: è l'estate del 1969 quando Massimo Ranieri vince il Cantagiro con il brano "Rose Rosse", il suo successo più celebre, ed entra di prepotenza al primo posto della classifica per rimanervi per 13 settimane consecutive. Tra un successo musicale e l'altro Massimo Ranieri allarga il suo raggio d'azione al cinema e ottiene il ruolo principale nel "Metello" di Mauro Bolognini, affiancato da Lucia Bosè e Ottavia Piccolo. In quella pellicola drammatica, premiata nel 1970 col David di Donatello, Ranieri è un operaio impegnato nella lotta di classe a Firenze in un arco di tempo che va dal 1875 al 1902.

Dopo un altro disco, "Meditazione", arriva nel 1975 la prova teatrale di "Napoli Chi Resta E Chi Parte" per la regia di Giuseppe Patroni Griffi. L'esperienza è una tappa cruciale nella carriera dell'artista napoletano che, stregato dal fascino classico del teatro, per un lungo periodo abbandonerà il mondo della canzone per dedicarsi a tempo pieno alla recitazione, che negli anni successivi lo vede interpretare Shakerspeare, Moliere, e anche Brecht messo in scena dal grande Giorgio Strehler. E qui mi sia concesso un personale ricordo del talento scenico di Massimo durante la prova generale de "L'anima buona del Sezuan" di Bertold Brecht al Teatro Comunale di Modena nel lontano aprile del 1981, con una eccezionale Andrea Jonasson), tutto intento a seguire il Maestro Strehler in un gustosissimo fuori programma sui vari modi del teatro cosidetto "all'antica italiana" per strappare l'applauso del pubblico. Una vera, grande lezione di Teatro nel Teatro, di cui Massimo sicuramente ha saputo fare tesoro. Perché il Teatro, quello vero, oltre al talento innato, lo si fa anche "rubando" il mestiere ai grandi!

La rentrée musicale si presenta nel 1988, e dal portone principale: è il Festival di Sanremo, che Ranieri domina con l'interpretazione potente e appassionata di "Perdere l'Amore", brano che anticipa l'album omonimo. Ranieri ritorna al teatro Ariston nel 1992 con "Ti Penso"(quinto posto).

"Da bambino lavoravo invece di giocare, ma da quarant'anni faccio un lavoro che è il gioco più bello del mondo. Ho cominciato a cantare a otto anni. E per un motivo soltanto: la paura dell'acqua." Su un piccolo scoglio immerso nell'azzurro mare di Castel dell'Ovo, a Napoli, il piccolo Gianni Calone si esibisce davanti agli avventori di un ristorante, costretto dal fratello che minaccia di buttarlo giù. E così scopre di saper cantare. Con questa buffa immagine si apre la strepitosa carriera artistica di Massimo Ranieri: un viaggio suggestivo ed emozionante attraverso i ricordi di uno dei più grandi uomini di spettacolo italiani. Dall'infanzia priva di giochi trascorsa a faticare come un adulto in una famiglia di dieci persone, nel rione Santa Lucia, alle prime esibizioni canore mentre serve ai tavoli dei bar del quartiere; dalla conquista della fama e di un successo tanto grande quanto inatteso alla sofferta decisione di abbandonare il canto, al culmine della carriera, per misurarsi con una sfida nuova e più coinvolgente: il teatro. E ancora, il cinema, la tv, le tournée all'estero, fino alle esperienze artistiche più recenti, come le regie liriche o la riscoperta della canzone napoletana nei suoi tratti più puri e originali, alla quale Ranieri insieme a un maestro come Mauro Pagani restituisce nuovi ritmi e sonorità moderne. La memoria del grande artista napoletano corre lungo le tappe fondamentali di una vita intensa, ricca di incontri significativi e prestigiosi sodalizi artistici con i mostri sacri del cinema e del teatro: Vittorio De Sica, Giorgio Strehler, Anna Magnani, Giuseppe Patroni Griffi, Maurizio Scaparro, restituendoci l'immagine di un uomo poliedrico, che da quarant'anni appassiona il pubblico con lo stesso entusiasmo del bambino che aveva paura dell'acqua. Oltre al never ending tour di "Canto perché non so nuotare... da 40 anni", show-record con oltre due milioni di spettatori e sei anni di rappresentazioni in Italia e all'estero che ne hanno indotto la revisione del titolo in "Canto perché non so nuotare... da 500 repliche", l'ex Masaniello è protagonista del "Riccardo III" prodotto dal Teatro Ghione, con regia sua e musiche originali di Ennio Morricone, e "Viviani varietà" con la regia di Maurizio Scaparro. Ultima produzione in ordine di tempo della Compagnia Gli Ipocriti e della Fondazione Teatro della Pergola, quest'ultimo lavoro ricompone idealmente il viaggio che nel 1929 la compagnia di Raffaele Viviani fece da Napoli a Buenos Aires a bordo del piroscafo Duilio per una lunga tournée sudamericana. L'artista napoletano si è distinto, nel corso della sua lunga e fortunata carriera, per la disinvoltura con la quale è passato dalla musica al cinema, dal teatro e alla televisione. Nel 1969 ha vinto il David di Donatello con il "Metello" di Mauro Bolognini, che ha dato il via a una serie di film con registi di livello internazionale come Claude Lelouch per il recente "Les Parisien"'. A teatro Ranieri ha recitato sotto la direzione di Giorgio De Lullo, Maurizio Scaparro e Giorgio Strehler. In tv è apparso da poco nella fiction "Senza via d'uscita - Un amore spezzato". Un artista eccezionalmente versatile, per il quale il tempo sembra non passare mai. Ma non sarà che nascosto da qualche parte al Pallonetto di Santa Lucia, il rione di Napoli da cui Massimo proviene, vi sia un ritratto ad invecchiare al suo posto? In altri termini, come recita un celebre cavallo di battaglia di Charles Aznavour: "Io sono un istrione/ma la genialità è nata insieme a me/Nel teatro che vuoi dove un altro/cadrà io mi surclasserò".

Paolo Spirito

La Rassegna

Lunedi, 6 luglio, ore 21.30: "Bubù" di Mauro Bolognini, 1971, (durata: 99'), con Massimo Ranieri, Ottavia Piccolo, Gigi Proietti, BRC Produzione Film.

La bella e giovane Berta lavora in una filanda, sognando come tutte le ragazze della sua età solamente un amore e una vita tranquilla. Crede di realizzare i suoi sogni il giorno che incontra Bubù, un giovane che dice di lavorare come fornaio.Ma Bubu non ha alcuna voglia di lavorare e dopo aver fatto facilmente breccia nel cuore della ingenua Berta, la convince a prostituirsi con la scusa che in questo modo avranno presto i soldi per sposarsi. Berta, innamorata, accondiscende e da quel momento diventa una delle tante ragazze parigine costrette a vendere il proprio corpo per una manciata di denaro.a vita avvilente che fa la convince sempre più a cercare di uscire dal tunnel nel quale si è infilata e la cosa sembra diventare possibile quando Bubù viene arrestato; Berta, che nel frattempo ha conosciuto tra i suoi clienti il timido Piero, sogna di potersi rifare una vita con lui. Per qualche tempo il sogno sembra potersi realizzare perchè la ragazza torna ad essere una ragazza qualsiasi, innamorata del suo uomo e che fa le cose più innocenti, come una passeggiata o mangiare in compagnia un gelato. Ma Bubù esce dal carcere e.....

Tratto dal romanzo di Charles-Louis Philippe dal titolo "Bubu di Montparnasse" e ridotto per lo schermo da Mauro Bolognini nel 1971, Bubù è un film che ricalca quasi fedelmente il romanzo originale dal quale si distingue solamente in qualche cosa che non aggiunge o toglie nulla all'originale scritto da Philippe nel 1901. Un film raffinato, come del resto nella tradizione del regista toscano, che nei due anni precedenti alla realizzazione di questo film aveva diretto il protagonista principale, l'attore Massimo Ranieri, in due film di buon successo, ovvero "Metello" e "Imputazione di omicidio per uno studente". Bolognini ricostituisce quindi la coppia Massimo Ranieri-Ottavia Piccolo, che così buona prova di se aveva dato in "Metello", uno dei grandi successi della stagione 1970 e affida loro i due personaggi chiave della storia, ovvero il timido e impacciato Piero e la ingenua e sprovveduta Berta.

Martedi, 7 luglio, ore 21.30: "La vela incantata" di Gianfranco Mingozzi, 1982, (durata 112'), con Massimo Ranieri, Monica Guerritore, Lina Sastri, Produzione Enzo Porcelli per Anthea Cinematografica.

Nell'Italia degli anni Trenta Angelo, trentenne, insieme al fratello, Tonino, ancora adolescente, girano per i paesi con il loro "cinema ambulante". Quando finalmente ritornano nel loro paese natale, Angelo ritrova il suo primo amore, Anna, con la quale ha avuto un rapporto burrascoso e, nonostante lei ora sia sposata, comincia a frequentarla. Angelo vorrebbe smettere di vagare da un paese all'altro e quando conosce Alberta, una ragazza del paese che si è innamorata di lui, ne ha la possibilità perché lo zio di lei gli offre il suo sostegno finanziario per aprire una sala cinematografica. Angelo però deve fare i conti con Tonino che sentendosi un po' trascurato dal fratello si è avvicinato a Giovanni, un intellettuale antifascista che lo sprona a combattere per i suoi ideali. Quando Tonino prende parte ad una protesta operaia che finisce nel sangue, Angelo cerca di convincerlo a non esporsi al ruschio di essere considerato un sovversivo dal Regime. Tra i due fratelli è lotta aperta. Tonino arriverà a distruggere la 'vela incantata', il telone su cui il fratello vorrebbe proiettare un documentario dell'Istituto Luce con immagini manipolate dal Regime e lascerà Angelo solo e sconfitto...

Mercoledi, 8 luglio, ore 21.30: "Le genre Humaine. Les Parisiens" di Claude Lelouche, 2004, (durata:119'), con Massimo Ranieri, Maïwenn, Mathilde Seigner, Alessandra Martines, Les Films 13 Production.

Shaa tenta senza successo di fare la cantante finché un giorno incontra Massimo, un italiano che a Parigi canta per la strada. Comincia ad esibirsi con lui per le strade di Parigi, si amano e vivono felicemente mentre intorno a loro sembra che tutti siano innamorati della persona sbagliata, che a sua volta è invaghita di un altro.

Loro due riescono ad ottenere anche una scrittura in un locale notturno ma un giorno Shaa accetta di rinunciare all'amore per ottenere il successo grazie a un famoso discografico innamorato di lei.

Massimo, disperato, viene distolto dal suicidio dall'intervento di un barbone che si chiama Dio e dall'amore di Anne. Il suo dolore lo spinge a scrivere una canzone che ottiene un enorme successo e lo rende famoso mentre Shaa ...

Giovedi, 9 luglio, ore 21.30: "L'ultimo Pulcinella" di Maurizio Scaparro, da un soggetto inedito di Roberto Rossellini, 2008, (durata: 89'), con Massimo Ranieri, Adriana Asti, Jean Sorel, Valeria Cavalli, Compagnia Italiana, Faro Film, Rai Cinema.

Michelangelo è un attore napoletano rassegnato al nuovo e all'incomprensibile che avanza nei teatri. Appesa al chiodo la maschera di Pulcinella e riposto in uno zaino il suo bianco e largo costume, Michelangelo parte alla volta di Parigi per recuperare il rapporto col figlio. Francesco è fuggito da Napoli e dalla casa paterna per scampare ai sicari di un omicidio camorrista, di cui è stato testimone.

Nelle banlieues parigine, Michelangelo ritrova suo figlio e scopre un vecchio teatro custodito da Marie, un'attrice milanese che si inventa parigina. Con l'aiuto di un professore della Sorbona, della sua assistente Faiza e dei ragazzi del quartiere, l'attore napoletano (ri)spolvererà poltrone e tavole del palcoscenico, mettendo in scena "l'ultimo pulcinella", simbolo degli umili e anima del popolo partenopeo e di tutti i popoli offesi.

Non sono molti in Italia gli attori di teatro portatori sani del gesto e del corpo intesi come propulsori di ritmo e come elementi centrali dello spazio magico della scena. Massimo Ranieri è uno di quegli artisti, erede della centralità dell'attore interprete e del copione pretesto per la sua performance.

È un bene culturale da proteggere, è "spettacolo vivente" pregiato proprio per l'arcaicità che lo fa diverso dalla regola dello spettacolo attuale, cinematografico e televisivo. Ed è esattamente in questo punto, nell'essere valore di una storia secolare, che risiede tutto il limite del film di Maurizio Scaparro, regista teatrale e attuale direttore della Biennale Teatro di Venezia.

Se apprezzabile è l'intenzione del regista e dell'attore di superare il dislivello tra nuova e vecchia generazione, tra tradizione e novità, ricostruendo l'immagine di un teatro assente attraverso il cinema, il risultato è modesto e trascurabile.

La "scrittura scenica" di Scaparro, Azcona e De Silva e la recitazione autonoma e gonfiata da tormenti romantici e passionali di Ranieri, nel fare teatro non riesce a farsi cinema. Non riesce a fingere, rappresentare, significare, cogliere frammenti di verità dentro la maschera della finzione e dietro la maschera nera e rugosa di Pulcinella.

Non c'è integrazione tra i due sistemi di rappresentazione (la finzione scenica dentro la finzione cinematografica), non c'è integrazione tra la recitazione teatrale di Ranieri, marcata, insistita e ridotta a una lunga serie di clichè, e quella cinematografica di Jean Sorel, meno esasperata, più articolata e complessa.

Non c'è integrazione ancora tra gli attori e la macchina da presa, che ha disimparato a recitare e a lavorare come interlocutrice principale degli interpreti sul set.

Liberamente ispirato a un soggetto inedito di Roberto Rossellini, L'ultimo pulcinella racconta l'urto generazionale: l'ambizione di una piena e pari legittimazione di un figlio e la funzione paterna rintracciabile nella trasmissione di una tradizione, di una maschera di una performance, di un affetto.

"Se ho voluto fare questo film è anche per dire che Pulcinella, o Ranieri, o io o tanti di noi sentiamo profondamente l'isolamento che c'è intorno a chi si ostina a cantare o ad avere fantasie, a usare parole come amore, poesia, sentimento", spiega Scaparro.

"Tutto sembra congelato da un mondo di ignoranze, di violenze, di incomprensioni. La nuova generazione è staccata rispetto alla vecchia, e la vecchia stessa vive disorientata un mondo che non è quello che sognava. Tutto questo c'entra con l'Ultimo Pulcinella? Certamente si perché il nostro film è la storia di un conflitto di generazioni, ed è anche una sorte di canto di vita per tanti di noi che si chiedono quale sarà il futuro, se ci sarà, e ci sarà, dei cantastorie, dei poeti, di chi pensa che il sogno sia una componente fondamentale della realtà".

Venerdi, 10 luglio, ore 19.30: "Un pallido sole che scotta" di Francesco de Core, 2015, Spartaco Edizioni. Sarà presente l'Autore.

"Un pallido sole che scotta. Da Africo a Napoli, viaggio nel cuore del Sud". Il Meridione raccontato da Francesco de Core è amore e tormento, incisione profonda nella carne di un territorio dell'anima che poteva essere e non è, di una patria con troppe bandiere, un eterno purgatorio di attese tradite. È un cammino della speranza, repressa dagli occhi e voluta con il cuore. In buona, ottima compagnia di scrittori e artisti, apolidi e icone di un'Europa smarrita, anacoreti alla ricerca di un loro deserto dove vivere e pregare, poeti che amano parole e colori. Niente acquerelli, eppure non solo fotografie in bianco e nero, ma nitide tracce di un giornalista che oltre alla penna porta in valigia un'accetta affilata. Attento e curioso, ama aggirarsi tra le mura sbrecciate di Casertavecchia, come Pier Paolo Pasolini. Assieme ad Albert Camus si lascia abbagliare dai resti maestosi ed eterni di Paestum. Schiuma di rabbia con Giuseppe Berto sul suolo calabro violato e si ferma con pudore accanto a Leonardo Sciascia all'ingresso della Certosa di Serra San Bruno. Poi si tuffa nei versi di Alfonso Gatto, il coriaceo amante di Salerno e della divina costiera. A Marcianise, sulle orme di Roberto Saviano, sale sul ring nella fabbrica di campioni del maestro Domenico Brillantino: qui respira sudore e grinta, disciplina e sacrificio. Sembra soffocare nel corpo dilaniato di Napoli, con le lacrime di cenere di Giuseppe Montesano e i richiami a Elena Ferrante, Nicola Pugliese e Luigi Compagnone. Sullo sfondo il profilo rigoroso di un esule, Gustaw Herling. Francesco de Core (Caserta 1965), giornalista, è redattore capo del quotidiano "Il Mattino". Ha scritto, con Ottorino Gurgo, "Silone, l'avventura di un uomo libero" (Marsilio, 1998), "Burocrati e saltimbanchi siete il veleno della sinistra", "Il libro rosso di Lev Davidovic Trotzky" (Pironti, 1999), "Silone, un alfabeto" (L'Ancora del Mediterraneo, 2003). Ha curato il libro di scritti giornalistici di Ignazio Silone "Esami di coscienza" (e/o, 2000. Premio Capri San Michele) e "Stanza 1304". "La finestra sulla guerra" (Graus, 2004). Suoi interventi compaiono nei volumi "L'eredità di Tempo presente" (Fahrenheit 451, 2000), "Nel Sud. Senza bussola" (L'Ancora del Mediterraneo, 2002), "Silone. La libertà" (Guerini e Associati, 2007), "Stranieri. Albert Camus e il nostro tempo" (Contrasto, 2012), "Fuoco sulla città" (Ad est dell'equatore, 2013), "F For Fake" (Editori Internazionali Riuniti, 2013).

Ore 21.30: "La meravigliosa avventura di Antonio Franconi" di Luca Verdone, 2011, (durata: 91'), con Massimo Ranieri, Elisabetta Rocchetti, Orso Maria Guerrini, Sonia Aquino, Cinemart Produzione.

Stretto è il legame tra circo e cinema e Verdone, apprezzato documentarista e regista di importanti liriche - lo racconta nel suo film -, scritto con Massimo Biliorsi, offrendo una fiaba che non dimentica l'insegnamento dei grandi registi, con un sentito omaggio al padre, come ricorda la didascalia iniziale, ma anche e soprattutto un omaggio a Federico Fellini e al mondo dei suoi personaggi. Il film ricostruisce la figura del capostipite di una grande dinastia circense, abile cavallerizzo italiano che, verso la fine del Settecento, costruisce a Lione il proprio circo. Franconi sarà poi il creatore della prima struttura circense parigina, il famoso Cirque Olympique. La storia parte dal sogno di un bambino che, prima di andare a letto, scopre nella soffitta un baule con vecchi giocattoli. Un circo, dei cavallerizzi di piombo e un libro sulla vita del leggendario Franconi. Il film propone le imprese di questa mitica figura che desiderava realizzare uno spettacolo costruito con tutte le forme rappresentative sino ad allora conosciute. Antonio Franconi viene incarnato da Massimo Ranieri la cui intensa interpretazione racconta l'irascibilità di questa figura artistica, il suo essere un inguaribile donnaiolo e allo stesso tempo un uomo profondamente malinconico alla ricerca di un sogno, consapevole comunque che il suo mondo era destinato a morire. Una vicenda filmica che vede le interpretazioni di Orso Maria Guerrini, Ernesto Mahieux, Elisabetta Rocchetti e Sonia Aquino. Fotografia di Felice De Maria, montaggio Bruno Sarandrea, colonna sonora Alessio Vlad, scenografia Marianna Sciveres e costumi Isabelle Caillaud.

Sabato, 11 luglio, ore 19.30: "Doppio scatto" di Silvio Perrella, 2015, Bompiani Editore.

Sarà presente l'Autore.

Questo libro usa due linguaggi e li mette al confronto: la fotografia e la letteratura. Gli scatti visivi non pretendono di gareggiare con quelli dei veri fotografi; sono soprattutto appunti visivi, simili a quelli che i viaggiatori di una volta prendevano disegnando. Gli scatti verbali sono invece snelli, veloci e sintetici. Fanno pensare a delle poesie in prosa che provano a tradurre in parole le movenze nascoste della città. Il lettore inoltrandosi in questa sorta di cinema frattale entrerà in contatto con una città che di sicuro è Napoli; allo stesso tempo, però, gli verrà spesso da sospettare che Napoli sia anche l'emblema di tutte quelle città in cui la storia e la natura si sono stratificate a lungo davanti all'incessante andirivieni del mare. Uno sguardo fattosi voce narrante e descrittiva lo guiderà per scale, anfratti, scorci, paesaggi e memorie, rintanandosi nel silenzio ogniqualvolta la scoperta sarà fatta propria da chi legge e allo stesso tempo guarda.

Ore 21.30: "La macchinazione"di David Grieco, 2015, Featurette (durata: 11' circa), con Massimo Ranieri, Libero De Rienzo, Roberto Citran, Milena Vukotic, Matteo Taranto, Propaganda Italia e To be continued Productions in associazione con la Lazio Film Commission.

Nel 2015 sono passati quarant'anni dalla scomparsa di Pasolini, eppure il suo omicidio è ancora uno dei misteri italiani più discussi. Quando il 2 novembre del ‘75 il corpo senza vita di Pasolini fu trovato all'Idroscalo, David Grieco fu tra i primi a giungere sul posto insieme al medico legale Faustino Durante. Grieco aveva cominciato a lavorare nel cinema giovanissimo proprio con Pasolini e i due erano legati da profonda amicizia; a lui la famiglia chiese di scrivere la memoria di parte civile del primo processo per l'omicidio. "La macchinazione" racconta gli ultimi tre mesi di vita di Pasolini e del suo rapporto con il giovane ragazzo di vita Pino Pelosi. Nell'estate del 1975, Pier Paolo Pasolini sta montando il suo film più aspro e controverso, Salò o le 120 Giornate di Sodoma (opera che a suo dire "sorprende persino me che ne sono l'autore"). Pasolini, coscienza critica e anticonformista del nostro paese, alla vigilia di cambiamenti epocali per l'Italia, mentre lavora al suo film, sta scrivendo Petrolio, opera che denuncia le trame di un potere politico ormai corrotto fino al midollo. In quegli stessi giorni, Pasolini frequenta un ragazzo di borgata, Pino Pelosi. È una borgata dove comincia a muovere i primi passi un'organizzazione criminale che si avvia a diventare padrona della città: la Banda della Magliana. Quando, la notte del 26 agosto, viene sottratto dagli stabilimenti della Technicolor il negativo di Salò, scatta una trappola mortale che vede la sinergia fra delinquenza comune, crimine organizzato e una criminalità politico-finanziaria che forse a tutt'oggi conserva larghe sacche di potere nel nostro Paese. Nella notte fra il primo e il due novembre del ‘75, Pasolini si reca all'Idroscalo per riavere il negativo del film. Ciò che in realtà si trova ad affrontare è una trama pianificata in ogni dettaglio da tanti complici volontari e involontari, tutti ormai indistinguibili, tutti ormai ugualmente colpevoli. "Le verità ipotetiche sulla morte di Pasolini che circolano da anni sono tante - dichiara il regista David Grieco - Pasolini è stato ucciso da Pelosi che ha fatto prima da informatore per il furto delle bobine di Salò e poi da esca per l'agguato all'Idroscalo. Pasolini è stato assassinato dalla famigerata Banda della Magliana. Pasolini è stato eliminato su ordine di Eugenio Cefis perché indagava sui loschi traffici del presidente di Eni e Montedison che avrebbe fondato la P2 e nel ‘62 fatto precipitare l'aereo di Mattei. Pasolini si è fatto uccidere e si è fatto Cristo pianificando il suo martirio nei minimi dettagli, come sostiene l'amico e pittore Giuseppe Zigaina. "La macchinazione" sposa tutte queste ipotesi intrecciandole in un ordito semplice e verosimile. Perché c'è del vero in ognuna di queste tesi. Una verità sepolta sotto tante verità". Massimo Ranieri darà vita a Pasolini: «È un attore straordinario ed è l'interprete ideale di questo film. Pochi mesi prima di morire, Pier Paolo si trovò seduto accanto a Massimo Ranieri prima di una partita di calcio. Lo guardò intensamente e gli disse: "Sai che è proprio vero che tu ed io ci somigliamo molto?" - ricorda ancora David Grieco, che definisce "La macchinazione" un film politico ma anche un noir intrigante fruibile da chi non sa nulla degli eventi dell'epoca.

A seguire:

"Massimo Ranieri, quasi un autoritratto", di Paolo Poeti, Raiuno, 1978 (durata: 62').

Massimo Ranieri ripercorre le tappe della sua vita e della sua carriera artistica di cantante e attore di cinema e di teatro e canta canzoni del suo repertorio quali: Rose rosse, Erba di casa mia, Da bambino, Vent'anni, Quando l'amore diventa poesia, Via del conservatorio, Se bruciasse la citta'. I discografici Gianni Aterrano e Sergio Bruni, i registi Mauro Bolognini, Alfredo Giannetti e Peppino Patroni Griffi e l' attore Romolo Valli esprimono la loro opinione su Ranieri. Sequenze tratte da una trasmissione televisiva con il conduttore Johnny Dorelli che introduce Ranieri. Ranieri parla con alcuni pescatori a Napoli; guida un' automobile; si allena in palestra; gioca a calcio con alcuni amici. Sequenze dei film "Metello", di Mauro Bolognini, in cui recita nel ruolo del protagonista e "La Sciantosa", di Alfredo Giannetti, nel quale recita insieme ad Anna Magnani. Sequenze dello spettacolo teatrale "Napoli chi resta e chi parte", per la regia di Giuseppe Patroni Griffi.

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