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La Società Filosofica Italiana sez. Salerno e Avellino con l’Università di Salerno Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale e il Laboratorio di Filosofia e Linguaggi dell’Immagine

Filosofia: sapere di non sapere

Con Franco Ferrari, Elio Matassi e Armando Massarenti

Scritto da Olga Chieffi (admin), lunedì 6 maggio 2013 19:24:49

Ultimo aggiornamento venerdì 17 maggio 2013 14:49:37

Fisciano, Aula dei consigli di Facoltà dell' Università di Salerno ore 10 , mercoledì 8 maggio 2013 Info.:www.sfisalerno.it
INGRESSO LIBERO

Per una nuova didattica della Filosofia

Mercoledì 8 maggio Franco Ferrari, Elio Matassi e Armando Massarenti, moderati da Clementina Cantillo, discuteranno dell' opera ad uso dei licei "Filosofia: sapere di non sapere" pubblicato dalle edizioni D'Anna

Mercoledì 8 maggio, alle ore 10.00 nell'aula dei Consigli di Facoltà dell'Università di Salerno, i docenti di filosofia Franco Ferrari e Elio Matassi discuteranno con Armando Massarenti dei volumi di Massarenti e Emiliano Di Marco "Filosofia: sapere di non sapere" (D'Anna Editore). I saluti «introduttivi saranno di Mauro Menichetti e Pina De Luca, coordinerà i lavori Clementina Cantillo, membro del direttivo nazionale della Società Filosofia Italiana e responsabile all'orientamento del Dipartimento di scienze del Patrimonio Culturale. Il seminario intende discutere dei più recenti orientamenti della didattica della filosofia in prospettiva di un dialogo che coinvolga docenti e ragazzi, considerati non solo come riceventi passivi, ma come individualità chiamate a partecipare direttamente all'esperienza di conoscenza e rielaborazione critica del sapere filosofico. Quale funzione può rivestire oggi l'insegnamento filosofico? In che consiste il compito di un insegnante di filosofia? C'è ancora per gli adolescenti "bisogno di filosofia"? Domanda quest'ultima più che legittima, viste le numerose voci, soprattutto di studenti ed ex-studenti, che diffusamente denunciano la difficoltà, l'inutilità e la vacuità della filosofia. Molti, anche a distanza di anni, lamentano in realtà di non aver mai ben compreso lo statuto teorico e soprattutto la funzione culturale della filosofia e altrettanti confessano apertamente di essere "sopravvissuti" all'insegnamento liceale della filosofia limitandosi a studiare a memoria e a ripetere meccanicamente quanto detto dall'insegnante. Questo genere di affermazioni, purtroppo molto diffuse, contribuiscono a diffondere l'idea che la filosofia non sia altro che un susseguirsi di affermazioni poco comprensibili, per non dire insensate o, per usare le parole di Hegel, "una filastrocca di opinioni diverse", che rischia di diventare "curiosità oziosa o, se si vuole, interesse di semplice erudizione" triste esito, di un modo di intendere la filosofia come una disciplina puramente nozionistica. In realtà, in passato alcuni importanti filosofi avevano puntualizzato come l'insegnamento della filosofia dovesse consistere non in una pura trasmissione di contenuti, quanto piuttosto in un avviamento alla capacità di "filosofare". Emblematico il caso di Kant: "il sistema di ogni conoscenza filosofica, orbene, si dice f ilosofia. È necessario considerarla oggettivamente, se per filosofia si vuole intendere quel modello per valutare tutti i tentativi di filosofare, che debba servire per giudicare ogni filosofia soggettiva, la cui costruzione è spesso così varia e mutevole. A questo modo, la filosofia è una semplice idea di una scienza possibile, mai data in concreto, alla quale tuttavia cerchiamo di avvicinarci per molte strade, sin tanto che non venga scoperto l'unico sentiero, quasi cancellato dalla sensibilità, e sin tanto che non ci riesca, per quanto è concesso agli uomini, di rendere la copia - sinora difettosa - uguale al modello. Sino a quel momento, non potremo imparare alcuna filosofia: in effetti, dov'è essa, chi mai la possiede, e da che cosa si può riconoscere? Si può soltanto imparare a filosofare, ossia si può soltanto esercitare il talento della ragione, applicando i suoi principî universali a certi esperimenti dati, ma sempre con la riserva del diritto della ragione di indagare quei principî seguendoli sino alle loro fonti, per confermali o rifiutarli". Alla luce di queste indicazioni kantiane, l'insegnamento della filosofia si dovrebbe configurare come l'educazione costante all'uso critico della ragione. Per questo motivo non si deve "insegnare la filosofia" -che, a ben vedere, non esiste neppure, se intendiamo la filosofia come una disciplina dotata di un contenuto oggettivo, come un sapere dato e codificato una volta per tutte-, ma si può e si deve invece "insegnare a filosofare", abituare cioè il discente a riflettere criticamente, liberamente ed autonomamente sui più diversi problemi. Lo stesso Gentile, che molti vedono come uno dei primi responsabili della crisi dell'insegnamento della filosofia in Italia, in realtà sottolineava come "studiare la filosofia non significa studiare certe determinate materie, ma sollevarsi a considerare filosoficamente certi problemi". Ma questo obiettivo è stato sistematicamente rimosso e mancato dall'insegnamento della filosofia nelle scuole italiane, a favore di un insegnamento della filosofia basato sulla trasmissione dei contenuti più che sull'esercizio del pensiero1: il modello che Cioffi definisce "trasmissivo-enciclopedico" . Oggi, tuttavia, sembriamo assistere ad una sorta di "rivincita di Kant": la nuova didattica della filosofia ritorna a privilegiare il "fare filosofia" rispetto all' "imparare la filosofia". Almeno a livello teorico, si parla sempre più spesso di filosofare, educare alla riflessione critica, fare esperienze filosofiche in classe. Concezione della filosofia decisamente più accattivante e motivante, sia per i discenti che per i docenti. In questa cornice, l'insegnamento della filosofia avrebbe l'indubbio vantaggio di coinvolgere gli allievi e metterli in condizione di riflettere liberamente sulle questioni che li appassionano e li interessano, di formare giovani "pensatori" e consapevoli, capaci di riflettere criticamente su quanto riguarda la loro esistenza e di pensare con la loro testa, senza appoggiarsi necessariamente al senso comune e alle opinioni altrui, di valorizzare maggiormente il contributo dei singoli; un tale approccio inoltre andrebbe nella direzione del superamento del divario scuola-società, denunciato come uno dei problemi più grandi della scuola contemporanea.

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